Tommaso, Kim Rossi Stuart e i suoi (narcisistici) problemi con le donne

Kim Rossi Stuart torna dietro la macchina da presa, con la storia di un attore e i suoi fallimentari rapporti con le donne. Un sincero film confessione. Che però racconta l’uomo contemporaneo con uno stile datato, tra autocoscienza alla Nanni Moretti e onirismi felliniani.

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Quando Tommaso (Kim Rossi Stuart) ha un’allucinazione e vede una donna nuda sul tram, pensiamo di essere finiti in un Buzzanca movie o in Vedo nudo di Dino Risi, come ha giustamente detto Marco Giusti. E la presenza, come madre di Tommaso, di Dagmar Lassander, icona della commedia erotica anni Settanta, accentua questa impressione.

In realtà Tommaso, opera seconda da regista di Kim Rossi Stuart, dopo l’interessante Anche libero va bene (2006), segue una strada diversa, più ambiziosa. Perché è vero che il protagonista – un attore che vorrebbe esordire nella regia, un ruolo quindi ad alto rischio autobiografico per Kim Rossi Stuart – è un quarantenne ossessionato dalle donne. Però non possiede il machismo esibito alla Buzzanca ed è invece un personaggio-uomo aggiornato al nuovo millennio: è problematico, in contatto coi propri sentimenti, piange, va dallo psicoanalista.

Kim Rossi Stuart ha il coraggio, ancora una volta, di infliggersi un personaggio non troppo simpatico. Se nel primo film era stato un padre piuttosto sgradevole, stavolta è un mezzo infingardo, cui manca il coraggio di accettare la sua natura e la sua voglia di avventure. D’altro canto però Tommaso sembra anche uno che, semplicemente, non sa chi è e cosa vuole. Un uomo un po’ ipocrita ma al fondo sincero, che vive male lo scollamento tra princìpi e pulsioni. Così finisce per infilare un rapporto fallimentare dopo l’altro: la compagna storica Jasmine Trinca che gli rinfaccia la sua freddezza, la dolce Cristiana Capotondi che è solo un rifugio di comodo – quando lei se ne accorge perde ogni tenerezza e lo aggredisce come merita –, una ventenne pragmatica e insolente (Camilla Diana) che lo capisce all’istante e se lo rigira come vuole.

Indeciso come il personaggio è però anche il film. Da un lato c’è una vena di apprezzabile autenticità autolesionista, che trasforma Tommaso nella confessione di un personaggio immaturo e inconcludente, con le donne e sul lavoro – lo scritturano per un film ma si fa cacciare, e l’idea di esordire come regista con un’opera onirica è velleitaria. Dall’altro però, Kim Rossi Stuart cerca risposte e per indagare le origini dell’irresolutezza del protagonista segue la via della psicoanalisi e dei traumi infantili. E lì la commedia si trasforma veramente nel film onirico che Tommaso vorrebbe girare, con simbolismi pedanti, figure paterne nel bozzolo, apparizioni di ripugnanti verminai, bambini nel pozzo. Immagini che agitano suggestioni ma spiegano poco.

Tommaso è un’opera indubbiamente onesta e personale. Il suo problema non sta tanto nell’indecisione tra commedia e film d’autore, ma nel fatto che per spiegare il disagio del maschio contemporaneo ricorra a punti di riferimento cinematograficamente piuttosto datati, tra autocoscienze morettiane che fanno tanto anni Settanta (curiosamente anche l’abbigliamento del personaggio è d’epoca) e problematiche esistenziali viste attraverso sogni di marca felliniana. E nel suo narcisismo il film, sebbene si regga sui personaggi femminili, non riesce a delinearne uno credibile, rifugiandosi nei tipi: la donna problematica, quella dolce e comprensiva, la ragazzina impertinente.

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