The Square, quant’è ipocrita il mondo dell’arte contemporanea (recensione)

Il vincitore della Palma d’oro è una satira a freddo dell’ambiente ricco e vanesio dell’arte. Protagonista il curatore di un museo la cui vita finisce in pezzi. Non mancano lungaggini, ma il regista Ruben Östlund mescola sagacemente impassibilità entomologica e gusto del paradosso comico.

Valutazione:
14
CONDIVISIONI

Christian (Claes Bang) è il curatore del museo di arte contemporanea di Stoccolma. Ben vestito, si riavvia continuamente con aria vanesia il ciuffo ribelle ed esibisce pensieri politically correct. Il museo sta per lanciare l’opera The Square, spazio quadrato che è un “santuario di fiducia e amore, all’interno del quale abbiamo tutti gli stessi diritti e doveri”, perfetta espressione dello spirito astrattamente democratico e beneducato del protagonista. Astratto perché quando gli rubano portafogli e cellulare, lui reagisce smodatamente con tanto di minacce per recuperare il maltolto. E anche nel rapporto con le figlie, piuttosto timorose, c’è una rabbia compressa che finisce talvolta per emergere.

Vincitore della Palma d’oro all’ultimo Cannes, The Square conferma la predilezione del regista Ruben Östlund, già mostrata nel notevole Forza maggiore, per un cinema morale che spinge i personaggi in situazioni estreme, costringendoli a rivelare, una volta franate convenzioni e buone maniere, la loro reale natura, indagata con uno stile oggettivo e spassionato che non consente loro di nascondersi.

The Square aggiunge all’impianto l’ambientazione nel bel mondo rarefatto dell’arte contemporanea: che, pieno di opere densamente concettuali rivolte a un ricco pubblico altoborghese, sembra un’ulteriore livello di ipocrita messa in scena di princìpi altisonanti espressi attraverso discorsi astrusi. Talmente astrusi che quando una giornalista (Elisabeth Moss) rilegge a Christian la descrizione che il sito del museo fa di un’opera lì esposta, il primo a non capirci nulla è proprio il curatore.

La realtà però deborda da tutte le parti e non può essere contenuta nei confini rassicuranti e prescrittivi dell’installazione The Square. Così succede che a un incontro con un artista di grido una persona del pubblico, affetta dalla sindrome di Tourette, comincia a offenderlo volgarmente; andato a letto con la suddetta giornalista, Christian finisce per litigarci per colpa d’un preservativo usato; la performance d’un artista che si comporta come un orango per spaventare il pubblico trascende i limiti della provocazione, causando negli astanti una reazione violenta. Sono tutte situazioni in cui la cornice delle convenzioni salta, e con esse la capacità di Christian di gestirle e gestirsi. E in men che non si dica l’inappuntabile curatore lo ritroviamo mestamente a rovistare nell’immondizia.

Östlund è sempre bravo a condurre i paradossi fino al punto di rottura, creando quasi dal nulla un’inquietudine autentica, che mette alla prova le certezze dei personaggi e quelle degli spettatori. Talvolta però le sue scelte sembrano mirare al medesimo obiettivo degli esperti di comunicazione che, assoldati per creare attenzione intorno all’opera, girano un video in cui una piccola mendicante viene fatta saltare in aria dentro il quadrato magico di The Square. Il video ottiene l’effetto voluto, ma la provocazione resta fine a se stessa. Si potrebbe dire lo stesso del film, talvolta irritante in maniera programmatica e persino compiaciuta. Ma è un cinema che, seppur imperfetto e appesantito da lungaggini, lascia il segno, anche per la capacità che ha il regista di mescolare impassibilità entomologica e gusto del paradosso comico, con uno stile che non assomiglia a nessun altro.

14
CONDIVISIONI

Lascia un commento: