La ruota delle meraviglie, uno spento Woody Allen in versione tragica

Il regista newyorkese racconta il dramma d'una moglie infelice che s'illude che la vita le stia offrendo una seconda occasione. Purtroppo a Woody Allen manca il passo della vera tragedia e del vero melodramma. E con lui si smarriscono anche gli attori. Persino Kate Winslet.

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La ruota delle meraviglie è il 48esimo film di Woody Allen, che continua la collaborazione, inaugurata con Cafè Society, sia con Amazon Studios che col direttore della fotografia Vittorio Storaro. Stavolta il regista newyorkese licenzia uno dei suoi non numerosi film integralmente seri. 1950, circa: Ginny (Kate Winslet), appassita ex attricetta quarantenne, dopo aver rovinato il precedente matrimonio s’è adattata al lavoro di cameriera e al nuovo compagno, il rozzo Humpty (Jim Belushi), giostraio del parco dei divertimenti di Coney Island, col quale vive insieme al figlio di primo letto.

Il precario equilibrio del loro rapporto viene rotto dall’arrivo di Carolina (Juno Temple), figlia che Humpy aveva ripudiato dopo il suo matrimonio con un mafioso. Ma, aperti gli occhi sul marito, l’ha denunciato alla polizia, e adesso rischia la vita. Ginny intanto s’innamora di Mickey (Justin Timberlake), bagnino con velleità da scrittore, sognando di cambiare vita insieme a lui, che però s’invaghisce della più giovane Carolina. Non potrà che finir male.

Apprezzo il melodramma e gli eroi eccessivi”, dichiara rivolgendosi agli spettatori Mickey, tanto personaggio che narratore di La ruota delle meraviglie. Ma sia lui che Allen non sono caratterialmente tagliati per le tinte fosche e al film non basta snocciolare i nomi di Eugene O’Neill, Amleto, Edipo, il Destino e il Fato per trasformare un verboso dramma da camera in un’autentica tragedia.

La ruota delle meraviglie assomiglia a teatro filmato: Allen segue con accorti movimenti di macchina i personaggi tra le pareti della casupola nella quale si svolgono i momenti più importanti della storia, questa catapecchia installata dentro il parco di Coney Island in cui “un tempo ci tenevano i fenomeni da baraccone” – la metafora non potrebbe essere più chiara, e didascalica. Come didascalici sono i continui mal di testa di Ginny e la propensione alla piromania del figlio.

Ma non è solo il sovraccarico di simbolismi troppo espliciti. La ruota delle meraviglie non funziona perché Woody Allen non mostra una vera curiosità per i suoi personaggi, che assomigliano più a tipi fissi che ripetono una parte, senza evoluzione drammaturgica. Il problema è tanto più evidente quando Allen abbandona gli ambienti intellettuali ebraico-newyorkesi per descrivere un sottoproletariato che conosce poco, tratteggiato a forza di stereotipi – Humpty, congelato nei modi grossolani e maneschi d’un ex ubriacone con la fissa della pesca e sempre in canottiera sporca di sugo.

Non giova la presenza d’una personalità forte come Storaro, che scolpisce un’elaboratissima tessitura di luci antinaturalistiche, che scavando nelle istanze intime dei personaggi passano nella stessa scena da tonalità pastose, surriscaldate, a luci fredde e spente come le emozioni che s’inaridiscono. Ma questo espressivo, passionale gioco di colori non asseconda l’anemica partitura di Allen e sarebbe potuto andare bene, semmai, per una storia torbida e psicologicamente contorta alla Tennessee Williams. Che è un autore lontanissimo dalle corde di Woody Allen, narratore di dialoghi e mai di corpi. Ma senza la carne e senza il desiderio è impossibile scrivere un melodramma. Quello che non è lo spento La ruota delle meraviglie.

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