I migliori film del 2017, la top ten di OM – Optimagazine

Come ogni anno, è il momento dei bilanci. Questi sono i dieci film che ci hanno più appassionato. In una stagione però segnata dal caso Weinstein che, svelando il lato oscuro e le ipocrisie della fabbrica dei sogni, rischia di rendere molto più piccolo il cinema.

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Più che mai quest’anno sembra che le cose più importanti relative al cinema non siano accadute dentro lo schermo cinematografico ma oltre i suoi margini. La prima è il formato extralarge, ed estraneo a qualunque confine di genere e formato, di Twin Peaks – Il ritorno. David Lynch l’ha definito un film lungo 18 ore, dunque a rigor di logica potrebbe essere compreso in una lista delle dieci pellicole dell’anno – è quello che hanno fatto, provocatoriamente ma non troppo, i Cahiers du Cinéma e Sight and Sound. Ed è chiaro che, pur tenendolo fuori dalla classifica per la sua destinazione televisiva – che nella scansione e nel ritmo a episodi ne influenza in qualche modo la struttura narrativa – resta un oggetto difficilmente classificabile che pone molte domande, facendo cedere i confini sempre meno invalicabili che separano cinema e tv (e forse Twin Peaks non è né l’uno né l’altro).

L’altra questione, assai più determinante, è il caso Weinstein, tracimato in ogni dove, a ricordarci che dietro i film c’è un’industria e dietro l’industria persone che sagomano le forme di comportamento di quell’industria e che decidono chi lavorerà, e come, e soprattutto se. La fabbrica dei sogni, insomma, prima ancora di essere una macchina che veicola creatività, immaginari, storie, è una macchina che esprime un potere. Ed è sul quel piano, prima ancora che sugli specifici casi di molestie, che si sta giocando la partita decisiva, che sarà vinta non quando saranno stati isolati ed espulsi i reprobi – quello che si sta facendo in un’affannosa caccia alle streghe e capri espiatori, vedi l’eliminazione grottesca di Kevin Spacey da Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott –, ma quando verranno modificati gli equilibri e redistribuiti poteri e leve di comando.

Di fronte a questi scenari, la scelta dei dieci film dell’anno appare ben poca cosa. Ma i riti e i cerimoniali hanno sempre un significato, ed è bene rispettarne il valore, ed eseguirli anche in quei casi in cui non si è del tutto certi della ragione per cui lo si faccia. Ecco allora la top ten di OM – Optimagazine dei migliori film del 2017, che comprende solo i film usciti nei cinema nell’anno solare (in realtà c’è un’eccezione, ma sarà subito chiaro il perché).

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10. Le cose che verranno di Mia Hansen-Løve

Il “film con Isabelle Huppert” sta ormai diventando un genere a parte, per la capacità di quest’attrice straordinaria di disegnare personaggi femminili alteri, sicuri di sé, apparentemente distaccati ma al fondo pieni di sentimenti e pulsioni anche contraddittorie, talvolta innominabili, e per questo assai verosimili. Solo in questa stagione l’abbiamo vista nel torbido Elle di Paul Verhoeven, in Happy End di Michael Haneke e in questo sottovalutato Le cose che verranno, bellissimo melodramma sottotraccia con idee di Mia Hansen-Løve, in cui una Huppert sottilmente malinconica interpreta una sessantenne docente di filosofia, borghese e colta, ritratta sul limitare d’una maturità prossima al declino, cui accadono le cose che succedono nella vita, una relazione che finisce, una vita da ridisegnare, il rapporto controverso con una madre anziana e un figlio un po’ imbelle che la rende nonna.

Che volto potranno avere allora le cose che verranno? La protagonista per tutta la vita ha insegnato ai suoi studenti a pensare con la propria testa. Ora deve fare lo stesso: fabbricarsi una vita a modo suo, sulla base però non di ideali astratti (come l’ex allievo che s’è ritirato in una comune anarchica, per rifiutare il mondo così com’è), bensì delle concrete carte che le restano. Che sono quelle d’una donna che può ancora vivere passioni, ma non proiettarle sull’orizzonte lungo e fiducioso della giovinezza. Le cose che verranno ha la sintassi libera d’un racconto senza eccessivi psicologismi. Che sa, nel finale sommesso, offrire alla protagonista una “scelta” né altisonante né semplicistica, che per questo suona veritiera. Un film come l’avrebbe potuto fare Eric Rohmer. Pacato ma non placato.

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9. The Meyerowitz Stories di Noah Baumbach

Prima cosa da sottolineare: questo è un film prodotto da Netflix, il che vuol dire che non è andato nei cinema ma è passato direttamente sulla piattaforma streaming, dopo però aver fatto capolino in concorso – con scandalo di alcuni, tipo il presidente di giuria Pedro Almodóvar – all’ultimo festival di Cannes. Questo per ribadire che il cinema sta cambiando, che il modo di produrre e distribuire film è velocemente in evoluzione e che anche la sacralità della visione in sala, cui alcuni studiosi riconoscono uno statuto di “esperienza” irripetibile e insostituibile, è destinata a essere messa in discussione e ripensata. Non sappiamo dire se ciò sia un bene o un male: ma è il segno dei tempi e, come diceva Humphrey Bogart a proposito del giornalismo “è la stampa bellezza, e tu non ci puoi far niente”.

Ben venga però tutto ciò se, come nel caso di The Meyerowitz Stories (New and Selected), Netflix è in grado di offrire a un autore come Noah Baumbach l’opportunità di mettere in piedi questa sua variazione sul tema della famiglia, con un cast lussuoso e in gran forma, Adam Sandler, Ben Stiller, Dustin Hoffman anche lui nell’occhio del ciclone per scandali sessuali, Emma Thompson. Sembra di essere dentro I Tenenbaum dell’amico Wes Anderson: ambientazione altoborghese, un padre narciso e anaffettivo, figli e figliastri intimamente orfani, New York, la malattia come opportunità di cambiamento. Ma se Anderson dissimula il tutto dietro un’estetica dalle forme ossessivamente geometriche, Baumbach trasuda una malinconia – ma con tratti incongruamente e felicemente ironici, come nei filmini della nipote studentessa di cinema – che trapassa la scorza minimalista per esplodere apertamente in necessarie e liberatorie scene madri. Concedendosi anche piccoli tocchi dolorosi, come quell’adulto Adam Sandler che, come in Amarcord di Fellini, va in giro in pantaloncini corti a indicare quanto sia difficile, forse impossibile, crescere davvero.

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8. Loving di Jeff Nichols

Straordinaria l’economia espressiva di Loving. La storia vera dell’amore interrazziale che racconta il film è notissima, già oggetto d’un film tv e un documentario della Hbo. Ma Jeff Nichols, uno dei migliori nuovi registi statunitensi (Take Shelter, Mud), riesce a reinventarla completamente, raccontandola senza messaggi e parole d’ordine che istighino all’indignazione automatizzata dello spettatore, cui offre invece un’ammirevole chiave intimista e raffreddata. A muovere le scelte dei protagonisti è semplicemente l’amore, come mostra la prima sequenza, in cui nella penombra serale (che rende quasi impercettibili le differenze del colore della pelle) Mildred (Ruth Negga) confessa di essere incinta. E allora Richard (Joel Edgerton) le chiede di sposarlo.

I due, insomma, sono persone semplici, non attivisti politici. Per questo il film sceglie un approccio sottotono, senza didascalismi e dichiarazioni d’intenti, marce e battaglie giudiziarie. Ma senza mai dimenticare che il razzismo è il prodotto di un ambiente sociale e di un contesto culturale, che il film mostra anche nei suoi versanti chiaroscurali meno noti e sorprendenti – una piccola comunità in cui bianchi e neri, già negli anni Cinquanta, convivono pacificamente. Loving potrebbe lasciare perplesso uno spettatore che dalla storia di un amore interrazziale, discriminazioni e diritti civili pretenda un’alta temperatura emotiva. Ma qui si evitano retorica e clichés, privilegiando una messa in scena sommessa, incardinata su simboli ricchi di senso ma privi di enfasi. Come il dettaglio di Richard, di mestiere muratore, che lungo tutto il film mette uno sull’altro i mattoni di un’abitazione che per essere ultimata, metaforicamente, attende il riconoscimento dei diritti che la renderanno finalmente la casa dell’intera comunità americana.

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7. Detroit di Kathryn Bigelow

È persino un film che non mi è piaciuto Detroit di Kathryn Bigelow, così la sua presenza in classifica suona ancora più bizzarra. Ma è una delle poche opere di questa stagione che sceglie di mettersi nella posizione scomoda di raccontare qualcosa di terribilmente sgradevole nel modo più sgradevole possibile. La Bigelow poteva molto comodamente rappresentare dall’esterno le violenze a sfondo razziale perpetrate della polizia di Detroit negli scontri del 1967, e ottenere così un compiuto e ordinato film di denuncia dal messaggio inequivocabile e asettico.

Invece la regista si immerge nell’orrore, mette la macchina da presa in mezzo alle cose, a costo di perdere oggettività e lucidità. E conduce il gioco fino alle estreme conseguenze, portandolo avanti per una durata esorbitante e insostenibile. Alla fine ottenendo un’opera che, proprio perché discutibile, fa discutere per davvero, senza offrirci una morale preconfezionata. Ed è questo in fondo che dovrebbe fare un cinema autenticamente politico: non blandire e consolare lo spettatore offrendogli le idee che già pensa, ma obbligarlo a interrogarsi sull’intrinseca ambiguità delle immagini che stanno passando davanti ai suoi occhi.

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6. La tenerezza di Gianni Amelio

Non riesco a non amare il cinema di Gianni Amelio, persino le sue prove più opache e non sintonizzate con la contemporaneità, come L’intrepido, contengono qualcosa di giusto e commovente. E per questo non posso fare a meno di trovare bellissima la sua ultima prova, La tenerezza, in cui mette al centro il tema della vecchiaia – la sua e quella di un protagonista dal talento sconfinato, Renato Carpentieri –, del dolore incrostato su famiglie – ancora una volta Amelio parla di padri e figli – che hanno scelto di non comunicare e non vivere i proprio sentimenti.

E questa storia di disseccamenti emotivi è resa ancora più interessante dal fatto che il regista l’ambienti in una città, Napoli, usualmente identificata con una passionalità sguaiata ed esteriore, mentre invece è una terra al tramonto profondamente malinconica, dove la felicità è più una recita difensiva che una realtà. Però, e qui c’è tutta la maturità di un autore che ha varcato la linea d’ombra dei settant’anni, La tenerezza è anche un film sulla speranza, che ci offre una sofferta via d’uscita, suggerendoci un altro modo di stare al mondo. Perché non ha senso continuare a pensare di essere destinati a restare orfani.

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5. Happy End di Michael Haneke

Molti hanno detto che Michael Haneke ha compiuto un deciso passo indietro e che Happy End è una sorta di bignami dei temi che hanno attraversato tutto il suo cinema. In parte è vero, il maestro austriaco torna ossessivamente – ma non è forse l’ossessione uno degli elementi centrali della sua poetica? – sulle questioni che gli sono proprie, e forse non si può nemmeno pretendere da un autore settantacinquenne l’originalità a ogni costo. E però questa sua variazione sul tema dell’infelicità e del disfacimento della famiglia e delle passioni mantiene una forza lancinante, ricca anche di sperimentazioni che molti cineasti più giovani si sognerebbero. Come quel prologo profondamente interrogativo in cui tutto ciò che si vede è lo schermo verticale di un cellulare, in cui non sappiamo chi sta riprendendo che cosa e perché. Così immediatamente sullo spettatore vengono rilanciati interrogativi non solo sul senso della narrazione in corso, ma proprio sul senso del cinema e la capacità o meno delle immagini di raccontare ancora qualcosa.

Poi sotto la superficie della freddezza canonica di Haneke passa una storia adulta, e basterebbe la glaciale, ma franchissima, lancinante conversazione tra il vecchio patriarca Trintignant e la giovanissima nipote a farci capire davvero di che pasta atroce è fatta a volte la vita e come, nel dolore, si è destinati a capirsi davvero. Poi il lieto fine non c’è, ma questo già lo sospettavamo.

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4. Arrival di Denis Villeneuve

Quest’anno Denis Villeneuve ha realizzato il tutt’altro che disprezzabile Blade Runner 2049, ma è sul suo film dello scorso anno, ma uscito in Italia all’inizio del 2017, che si indirizza la nostra scelta. Arrival è un film di fantascienza che si nutre di ambiguità, ruotando intorno al tema dell’interpretazione, della decifrazione di un rompicapo. Da un lato c’è il codice incomprensibile degli alieni, che un’esperta linguista è chiamata a decrittare per capire le loro reali intenzioni; dall’altro c’è la storia di questo personaggio (una splendida Amy Adams) e la superficie elusiva di un racconto che in maniera impercettibile rimescola passato presente e futuro, nascondendo tra le pieghe delle dimensioni temporali un ulteriore mistero.

Denis Villeneuve riesce a tenere insieme un racconto intimista incastonato dentro una messinscena grandiosa (accade la stessa cosa, ma non con la stessa bellezza, in Blade Runner 2049), con queste astronavi con la forma d’una gigantesca pietra pomice – menhir sospesi a pochi metri da terra, incomprensibili come il monolito di Kubrick – e incontri ravvicinati del terzo tipo nei quali, a separare gli uomini dagli alieni, è una superficie d’un bianco lattiginoso che non può non far pensare a uno schermo cinematografico, su cui si proiettano altri racconti che sollecitano continui giochi interpretativi. Ed è di raffinata semplicità l’idea che, per risolvere l’enigma della lingua degli alieni – e quindi forse per evitare una guerra tra mondi – la linguista debba prima fare chiarezza dentro se stessa e trovare un modo per connettersi con la propria interiorità emotiva. Per salvare la Terra bisogna prima uscire dalla caverna, a uno a uno.

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3. Sieranevada di Cristi Puiu

Un pranzo interminabile che coincide con una veglia funebre, più generazioni di una famiglia incastrata dentro un asfittico appartamento nel quale, sarà il cibo che non arriva, saranno gli spazi angusti, si finisce inevitabilmente per litigare. Pur raffreddato da uno stile cerebrale, Sieranevada di Cristi Puiu ricorda una commedia all’italiana di parenti serpenti. Ma siamo nella Romania ormai da molto post dittatura, in cui però il passato, quello familiare e quello storico del paese, continua a pesare tantissimo. E non sorprenda questa sovrapposizione tra Italia e Romania, perché in fondo questo è un film apolide, e perciò il regista ha voluto intitolarlo con una parola priva di significato, che ha però il pregio di essere intraducibile e quindi uguale dappertutto. Come forse sono uguali in qualunque angolo del mondo le dinamiche tra parenti, sempre sull’orlo della deflagrazione.

La particolarità è che qui il gioco è portato avanti fino all’estenuazione, facendo ribollire per tre ore, come in un pentolone del sugo, le malmostose recriminazioni di tutti verso tutti, fino a quando la temperatura non raggiunge il punto di cottura e le emozioni esplodono. Cristi Puiu trova un nuovo modo per raccontare una vicenda che è sempre la stessa dalla notte dei tempi, dandogli una cadenza documentaristica, di sapore quasi improvvisato e per questo terribilmente autentica e capace di toccare profondamente lo spettatore. Il quale però, dovrà armarsi di santa pazienza e saper aspettare.

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2. Silence di Martin Scorsese

Basterebbe la caparbietà di un regista settantacinquenne che insegue un film per trent’anni attraverso tortuose vicende produttive fino a riuscire a realizzarlo davvero, per farci amare Silence di Martin Scorsese. Che però è molto di più di un’ossessione condotta in porto. È, invece, una delle opere più personali tra quelle recenti del regista newyorkese, da sempre interessato alle tematiche legate alla spiritualità. Che nel suo cinema, dai tempi di Taxi Driver, si mescolano a una messinscena fatta di carne, sangue, violenza esercitata e autoinflittasi (Toro scatenato), inaggirabili dubbi.

Il film racconta la storia di due missionari gesuiti portoghesi, padre Rodrigues (Andrew Garfield) e padre Garupe (Adam Driver), che nel 1640 si recano in Giappone alla ricerca del loro mentore, padre Ferreira (Liam Neeson), che si dice abbia fatto atto di apostasia, ripudiando la fede cristiana. Nel Giappone feudale del tempo la persecuzione religiosa è durissima, e di fronte alle torture la fede da seminario di padre Rodrigues vacilla. “Perché le loro prove devono essere così terribili? Perché quando guardo nel mio cuore le risposte che do a loro sembrano così deboli?”, chiede il religioso a un Dio che resta inopinatamente muto. Eccolo, il silenzio del titolo, che lascia spazio alle incertezze e alla voce di un cinema ricco di suggestioni e influssi, dal Cuore di tenebra conradiano riletto da Coppola a Kenji Mizoguchi. Silence è un fossile, sbucato fuori da un altro luogo e un altro tempo, appartenente a un’era nella quale verso il cinema si riponeva la fiducia destinata a un linguaggio capace di scandagliare le questioni fondamentali dell’uomo. Un film che, in maniera commovente, forse fuori tempo massimo, crede ancora al cinema come arte adulta.

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1. Dunkirk di Christopher Nolan

In cima alla lista c’è il film di un regista che non amo particolarmente, di solito troppo cerebrale e calibrato per appassionarmi davvero. E però non si può non riconoscere a Dunkirk, l’ultima opera di Christopher Nolan, il coraggio di porsi davanti a una materia consunta come il film di guerra e ripensarlo dalle fondamenta. Un film fatto per disorientare lo spettatore – perché la guerra è prima di tutto l’esperienza di un disorientamento, un’allucinazione di fronte alla quale il modo usuale di esperire il mondo salta completamente.

E allora eccolo il mondo che si dissolve, in una pellicola – Dunkirk è girato in pellicola – che rimette in discussione il sopra e il sotto, le leggi della fisica – acqua che si sposta non dal basso verso l’alto ma dalla sinistra dello schermo verso destra, aerei che volano all’infinito senza benzina. Un film anche senza protagonisti in cui immedesimarsi, che prende attori da copertina come Tom Hardy ma li rende praticamente irriconoscibili. Un film senza una narrazione lineare, in cui il tempo – l’ora, il giorno, la settimana delle tre storie incastrate – diventa integralmente soggettivo e nel quale la storia la fa unicamente il montaggio delle musiche onnipervasive di Hans Zimmer dentro le quali si finisce per affogare. Dunkirk è un’opera sorprendente, che elude tutte le aspettative e che offre un’esperienza all’altezza di un cinema che per credere ancora in se stesso immagina nuovi modi di raccontare.

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