Wonder, il film di Natale sulla forza della gentilezza (recensione)

È la sorpresa di Natale al botteghino Usa il film sulla storia di un ragazzino affetto da una grave malformazione facciale. L'undicenne Jacob Tremblay è bravissimo, accanto a lui Julia Roberts e Owen Wilson. Un film di buoni sentimenti, ma non ricattatorio.

Valutazione:
39
CONDIVISIONI

Cominciamo dai numeri. Perché Wonder, il film con Jacob Tremblay e Julia Roberts, è la sorpresa della stagione al botteghino americano. A fronte di un budget di 20 milioni di dollari, al solo primo weekend ha incassato 27,5 milioni, raggiungendo finora un totale di oltre 110 milioni di dollari in patria e un’aspettativa finale che si assesta sui 150 milioni, estero escluso.

Il segreto di Wonder, tratto dal romanzo bestseller omonimo di R.J. Palacio è presto detto: è una storia di autentici buoni sentimenti, un peana al valore della gentilezza (“Quando ti è data la possibilità di scegliere se avere ragione o essere gentile, scegli di essere gentile”), una commedia motivazionale a lieto fine che destina allo spettatore un messaggio inequivocabile: “Non fermarti mai alle apparenze”.

Le apparenze sono quelle di Auggie (l’undicenne, eccellente Jacob Tremblay), ragazzino nato con una grave malformazione craniofacciale e passato attraverso il calvario di innumerevoli, e solo palliative operazioni. I genitori (Julia Roberts e Owen Wilson) lo hanno sempre protetto e la madre gli ha fatto anche da istitutrice privata. Ma ormai cresciuto, il bambino deve affrontare la sfida della scuola media, in mezzo agli altri. Ovviamente sarà difficile.

Sarà difficile, però, e questo è il merito del film diretto da Stephen Chbosky, non soltanto per Auggie. Prima del finale enfatico e ottimista, Wonder riesce a essere un racconto sul dolore e sulla diversità che coinvolge tutti i personaggi. Non è solo il protagonista ad aver paura, ma anche i comprimari, che di volta in volta occupano il centro della scena: la madre (una Roberts misurata), che ha compresso, raggelata dalla paura, la sua intera esistenza; la sorella maggiore Via (Izabela Vidovic), che ha accettato con sofferta maturità di essere stata messa al secondo posto (“so che i miei genitori non potevano reggere un peso ulteriore”); l’amica del cuore che non vuole più vederla, mortificata dal fatto di essersi spacciata per lei e di essere divenuta popolare grazie alla storia della brava ragazza col fardello del fratello sfigurato; i compagni di scuola, costretti a confrontarsi con la deformità e i pregiudizi dell’ambiente familiare e sociale (c’è chi sa superarli, chi si rifugia nel bullismo).

Wonder ha tocchi intelligenti: il bambino che si nasconde dentro il casco d’astronauta che indossa sempre (con delle curiose assonanze con Frank), le fantasticherie a occhi aperti per modificare la realtà (l’incontro con Chewbecca), dettagli che spingono a una commozione autentica, non ricattatoria, perché filtrata dal tono quasi fiabesco.

Wonder riesce in un’operazione di ribaltamento non scontata dei punti di vista: perché il bambino che la sofferenza se la porta indelebilmente incisa sul volto è custode di una chiarezza circa il senso della vita e del valore di sé che la cosiddetta gente normale fatica a riconoscere. Ed Auggie, parandosi davanti ai loro occhi, diventa lo specchio delle loro debolezze e fallibilità, un monito di fronte al quale devono decidere se rifugiarsi nella bruttezza del pregiudizio oppure osare la forza della gentilezza. Per accettarlo e accettarsi.

39
CONDIVISIONI

Commenti (1):

Lascia un commento: