Il vizio della speranza, parabola moderna sul fiume Volturno [spoiler]

La lotta per affermare il diritto alla maternità nella terra degli ultimi.

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Se in “Indivisibili” (2016) il fulcro della vicenda era il desiderio di separazione delle due gemelle, ne “Il vizio della speranza” è l’indivisibilità del neonato dalla propria madre a rappresentare la massima aspirazione della protagonista.

“Non ve lo volete proprio togliere il vizio della speranza”. Le parole di Zi’Marì, Boss di camorra matriarcale interpretata magistralmente da Marina Confalone, racchiudono il senso della lotta che va avanti sullo schermo nei novanta minuti di proiezione. La protagonista indiscussa del film è invece Pina Turco, attrice napoletana e moglie del regista, che veste credibilmente i panni di Maria, una giovane donna rotta in mille cocci da bambina e rincollata con la forza dal sistema camorristico per cui lavora.

Il compito di Maria è quello di badare alle prostitute e qualora incinte, traghettarle con una lurida lancetta in una baraccopoli gestita da Zi’Marì, farle partorire sotto stretto controllo e costringerle ad affidare i nascituri al sistema criminale che li venderà, si dice, a chi madre naturale non può essere. “I figli non sono di chi li fa, ma anche di chi li vuole” è il mantra che ripetono le aguzzine alle partorienti. Tutto si interrompe però, quando Maria si accorge di aspettare un figlio da dieci settimane. Decide così di cominciare la sua personale ribellione al sistema di cui fa parte, aiutando a far scappare Fatima, una prostituta al nono mese di gravidanza, così come dovrà fare lei stessa pur di poter tenere il bambino che porta in grembo.

Il regista Edoardo De Angelis, al quinto lungometraggio, ambienta anche il suo ultimo film in Campania, questa volta sulle rive del fiume Volturno. Il rapporto con l’acqua, già molto presente in “Indivisibili”, si dimostra elemento importante per De Angelis che conferma anche Enzo Avitabile in qualità di cantautore prediletto per i suoi film. La canzone che accompagna la proiezione è la bellissima “Jastemma D’ammore”; da segnalare anche la canzone del collettivo Funky Pushertz  “Veng e patan”. Non c’è luce nel film se non nell’ alba finale. E’ Il grigio il colore che domina l’intera pellicola, illuminato a malapena dai neon fluorescenti dello Yacth Club Volturno che in questo ricorda molto, insieme alle scene di degrado urbano di periferia, i colori e l’ambientazione di un altro film italiano, “Dogman”(2018) di Matteo Garrone.

Il Vizio della speranza abbina elementi tipici del neorealismo a riferimenti espressamente religiosi; come un film neorealista racconta la miseria degli indigenti, in questo caso le schiave della prostituzione e il loro desiderio di cominciare una nuova vita, ma diversamente da questo ad interpretare i protagonisti sono solo attori professionisti. A ciò si aggiungono spiccati riferimenti alla storia della sacra famiglia e quindi della nascita di Cristo: su tutti la storia di Maria, che scappa dall’Erode Zi’Marì per non farsi strappare via il figlio che partorirà in una moderna grotta, rudere di una casa diroccata di fronte al mare.

La pellicola arriva qui ad essere quasi didascalica e ricorda nel riferimento volutamente religioso “Maria full of grace” film pluripremiato di Joshua Marston (2004). Ad aiutare Maria ci sarà anche Pengue, interpretato da Massimiliano Rossi, un uomo buono, lavoratore, “l’unico essere umano che conosco” dirà Maria, che come San Giuseppe pur non essendo il padre del nascituro, pregherà Dio affinché permetta e benedica la nascita del bambino. Nella scena finale, a titoli di coda iniziati, De Angelis non rinuncerà neppure a portare sullo schermo una misteriosa mano che alimenterà il fuoco del camino e poggerà quella di Maria addormentata sulla culla di paglia del figlio.

Il Vizio della speranza è un film che vale la pena di vedere al cinema, non eguaglia “Indivisibili”, ma ha forza e carattere a sufficienza per rapire il pubblico, tanto da esser stato premiato al Festival Internazionale del Film di Roma 2018.

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