Cold War, l’amour fou ai tempi della Guerra fredda (recensione)

Il regista premio Oscar Paweł Pawlikowski firma una appassionante storia d’amore tra due artisti nella Polonia del secondo dopoguerra. Un melodramma a sangue freddo, raffinato e introverso.

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Cold War di Paweł Pawlikowski ha vinto tutti i premi maggiori agli Efa, gli Oscar europei, ed è tra i favoriti come miglior film straniero dell’Academy, riconoscimento da lui già vinto con Ida. È incredibile la quantità di spunti che il regista polacco ha compresso in soli 89 minuti. La storia s’ispira lontanamente ai genitori del regista, che compone una vicenda d’amour fou su una coppia d’artisti, che s’inseguono al ritmo della loro passione ondivaga lungo anni decisivi della storia europea, dal dopoguerra fino alla metà degli anni Sessanta, saltando tra Polonia, Berlino, Parigi, Jugoslavia.

Zula (Joanna Kulig) è una contadina – forse ha accoltellato il padre che cercava d’abusare di lei – che partecipa alle selezioni per la formazione d’una compagnia di canti popolari polacchi. Wiktor (Tomasz Kot), pianista d’estrazione intellettuale, è il responsabile del progetto. Nelle prime, magnifiche sequenze del film, s’aggira nelle campagne segnate dalla distruzione postbellica per registrare i canti folklorici della povera gente, come facevano in quegli anni etnomusicologi come Alan Lomax.

Formata la compagnia Mazurek, scoppia la passione tra Zula e Wiktor. È un amore che soffre sia dei temperamenti agli antipodi, sia delle condizioni storiche oggettive. Wiktor vuole fuggire in Occidente, asfissiato dalle spie del regime; Zula è più restia invece a provare l’avventura oltre cortina. I due così si lasciano, destinati a ritrovarsi molteplici volte e in diversi paesi, non resistendo mai alla reciproca lontananza.

Raccontato così, Cold War sembra un film di emozioni estroverse e grandi scenate. Invece il regista prende alla lettera il gelo della Guerra Fredda e costruisce un melodramma rarefatto e introverso, in cui l’amore è tanto più forte quanto più viene compresso – gli amplessi però mostrano una passione carnale, liberatoria.

Il film prosegue per quadri staccati. Alla fine di ogni scena incombe una lunga dissolvenza in nero – che rimanda a una sensazione di lutto che aleggia su tutto Cold War –, dopo la quale la storia riparte in un altro luogo, altri anni, con altre musiche, siano i canti folklorici polacchi o il cool jazz da rive gauche parigina.

Il bianco e nero è smagliante, alternativamente pastoso e metallico, caldo e grigio. La politica ispessisce la vicenda sentimentale, ponendosi in dialettica con essa, instillando malinconia in un rapporto che, sottoposto a quell’aria di complotto perenne, è obbligato al massimo riserbo. Non è più felice, però, il periodo parigino, dove nella improvvisa libertà Zula e Wiktor trovano altre insicurezze e, soprattutto lei, la sensazione di essere fuori luogo, lontana da sé stessa.

Cold War oscilla continuamente tra esplosioni e implosioni, felicità e tristezza, dolcezza e insensibilità. Il film trae la sua forza dalla passione che cova sotto la cenere, alla superfice quasi impercettibile – di qui lo stile laconico, che non dà nemmeno troppa importanza al tratteggio psicologico dei caratteri. Sotterraneamente però, si percepisce il calor bianco d’una fiamma inestinguibile, che si manifesta più evidente nei momenti in cui la musica riesce a liberarsi. Così Cold War trova il suo singolare tono di romanticismo amaro.

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