Vice – L’uomo nell’ombra, la politica è una divertentissima tragedia

Dopo “La grande scommessa”, il biopic sulla vita di Dick Cheney consente al regista Adam McKay di costruire un’altra riflessione acuta e partigiana sull’America. Un film tra dramma e commedia, dominato da un Christian Bale irriconoscibile e da una convincente Amy Adams.

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Ai Golden Globes, la cerimonia si svolgerà domenica 6 gennaio, Vice – L’uomo nell’ombra, il biopic su Dick Chaney, ha fatto il pieno di nomination, ben 6. Curiosamente, però, il film di Adam McKay, requisitoria sull’uomo che ha attraversato da protagonista cinquant’anni di politica americana, non è stato candidato nella categoria film drammatico, bensì commedia.

Curiosamente ma non troppo. Adam McKay ci aveva già abituato a uno stile scoppiettante, capace di mescolare generi diversi, in quel capolavoro che è La grande scommessa. Con Vice – L’uomo nell’ombra ha compiuto un’operazione simile. Un film difficile da etichettare: commedia, dramma, forse entrambi, capace di far ridere per cose che dovrebbero spaventarci e viceversa.

Vice – L’uomo nell’ombra racconta la storia non di un uomo, ma di una coppia. Non esiste Dick Chaney (Christian Bale) senza la moglie Lynne (Amy Adams). Donna risoluta, cosciente del fatto che, negli Stati Uniti maschilisti degli anni Sessanta, l’unica possibilità per dare voce alle sue ambizioni è quella di trasformarsi nell’ombra del proprio uomo. Così prende il giovane apatico, ubriacone Dick, che ha anche abbandonato l’università, e lo spinge – lo spingerà per tutta la vita – a ritrovare la dignità di sé stesso.

Cheney si trasforma in un animale politico dallo straordinario cursus honorum. Alla Casa Bianca negli anni di Nixon – accanto al suo mentore Donald Rumsfeld (Steve Carell) –, poi con Gerald Ford (il più giovane capo di gabinetto della storia), George Bush padre (segretario della difesa), infine vicepresidente plenipotenziario con George W. Bush (Sam Rockwell), negli anni dell’11 settembre e della guerra all’Iraq. Ed è ovvio che il profilo biografico si riannoda alla storia del potere e della politica americane dell’ultimo mezzo secolo.

Vice è un film su due ombre. Un uomo che gestisce il potere rimanendo dietro riflettori e (presunti) primattori. E una donna ancora più mefistofelica, che s’è ritagliata il ruolo dell’ombra di un’ombra. Raccontando il legame della coppia, il cui collante non pare il sentimento, ma la sete di potere, il film assume il tono d’una tragedia shakespeariana – presa ironicamente alla lettera, dato che a un certo punto i due dialogano nei pentametri giambici del bardo.

Vice – L’uomo nell’ombra non ha la stessa forza survoltata de La grande scommessa. Lì si raccontava un paese drogato dalla finanza tossica e dalla sconfinata avidità, da cui derivava di conseguenza uno stile liberissimo, con folli siparietti comici e incastri narrativamente spericolati legati a una storia corale che consentiva continui cambi di ritmo.

In Vice – L’uomo nell’ombra la scelta di seguire cronologicamente la vita di Cheney impedisce la stessa libertà espressiva. Emerge netta, in un film di finzione che mira a costruire un ritratto comunque attendibile, la relazione tra il cinema civile di Adam McKay e il documentario alla Michael Moore. Ci sono fermi immagini, sovratitoli, e soprattutto brani di provenienza televisiva raccordati alle parti di finzione, con un effetto finale di sovrapposizione in cui vero, falso, possibile si fondono, e tutto assume un sapore verosimile.

Vice – L’uomo nell’ombra s’inventa persino, a metà film, un happy end con tanto di titoli di coda, che satiricamente mostra quella di Cheney come la parabola virtuosa di un uomo che ha sacrificato la carriera politica per amore. Oppure crea inquietudine raccontando la Casa Bianca come un gioco da tavolo, con i dadi e le persone come pedine spazzate via in un attimo. Le scelte di politica estera e interna – Guantanamo, guerre, infrazioni di diritti fondamentali – vengono poi rappresentate come portate di un menu con cui i leader si fanno una grande abbuffata. Ed è ovvio che, nell’unilateralismo del giudizio sulla politica, il qualunquismo è dietro l’angolo.

Vice – L’uomo nell’ombra non può prescindere dai due straordinari protagonisti. Il Dick Cheney di Christian Bale va molto oltre l’interpretazione camaleontica dell’attore che ingrassa venti chili e si sottopone a lunghissime sedute di trucco. Bale non diventa un doppio mimetico di Cheney, lo rilegge dall’interno, scavando dentro il suo apparente anonimato. Così ne restituisce il carattere sfuggente, temprato dall’ambizione e insieme flemmatico – il modo in cui spegne gli ardori del sulfureo Rumsfeld è sintomatico. Un personaggio affamato di potere, massimamente ambiguo, che parla poco e di cui è difficile leggere le motivazioni profonde. Si capisce perché Adam McKay abbia detto di essersi ispirato a Il divo di Sorrentino. Questo Cheney ha qualche parentela con l’enigmatico Andreotti di Toni Servillo. Entrambi si esibiscono in un monologo, assai capzioso, su cosa significhi accollarsi il fardello del potere.

«La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande», diceva un verso di Archiloco. In effetti Cheney potrebbe essere la volpe, per l’impressione che dà di non essere mosso da una motivazione univoca, e di star facendo qualcosa pensandone insieme molte altre possibili. Lynne è sicuramente il riccio, concentrato di pura determinazione, che spinge sullo stesso ossessivo punto per tutta la vita. Infatti attraversa i decenni senza cambiare stile, abiti o pettinatura, eternamente fedele all’unica verità che ha compreso dalla più tenera età.

Pur nella commistione di stili, Vice – L’uomo nell’ombra tradisce ambizioni tragiche. Si veda il sottofinale, che non sveliamo, in cui la metafora è chiara: Cheney s’è nutrito del cuore stesso dell’America, e s’è venduto l’anima, tradendo i propri affetti. È ovvio che il tono del racconto contenga un elemento di partigianeria. Il primo ad ammetterlo è Adam McKay, con una sequenza dopo i titoli di coda – non abbandonate la sala! – che è l’ultimo sberleffo di un film imperfetto, rutilante e corroborante.

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